Famiglia Ceretto: “La vigna è storia”

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Bruno e Marcello, i “Barolo brothers”, così battezzati da “The wine spectator” nel 1986, da perfetti pionieri hanno coronato un sogno che pareva velleitario: fare del territorio l’asso nella manica del vino.

Il nome rievoca immediatamente un capitolo significativo della storia del vino. Si tratta di Ceretto, una famiglia che ha costruito il proprio valore saldamente ancorata alle tradizioni di Riccardo Ceretto, il fondatore, sapientemente attualizzate da Bruno e Marcello che sono riusciti a esportare il loro “brand” sui mercati internazionali, facendo anche in parallelo una significativa promozione all’intero territorio che nel 2014 è stato riconosciuto patrimonio mondiale dell’Unesco.

La famiglia Ceretto

Alla ricerca dei “cru”, una geniale intuizione

Selezionare le vigne nelle posizioni storicamente più valide era l’obiettivo dei due fratelli Bruno e Marcello Ceretto. Questa idea, derivata da un viaggio in Borgogna, avrebbe dato ragione alla famiglia e reso i vini Barolo e Barbaresco tra i più apprezzati al mondo. Una rivoluzione, all’epoca, per un territorio in cui il concetto di cru era totalmente sconosciuto, ma, soprattutto, una geniale intuizione. Una vera lotta, la loro, intrapresa con il padre Riccardo, che le uve le comprava per poi vinificarle. “Incominciate un percorso difficile, la terra non ha mai creato ricchezze a nessuno”, sosteneva Riccardo, ma i testardi Bruno e Marcello non avevano dubbi: “Siamo per la terra al cento per cento, la cantina certo un poco conta, comunque i grandi vini si fanno con l’uva”. Iniziano quindi a sognare etichette che portino il nome del vigneto e su cui appaia anche la sua fotografia: “Così chi beve quel vino ha sotto gli occhi la vigna da cui proviene. La vigna è storia, i nomi delle colline restano nel tempo, non mutano e questo rafforza la qualità e la credibilità dei vini qui prodotti. Una vigna la puoi cercare, visitare, toccare, sempre”.
Nel 1986 “The wine spectator”, forse la più influente rivista americana nel mondo del vino, mette in copertina i due fratelli langaroli chiamandoli “Barolo Brothers”. Bruno e Marcello hanno meno di 50 anni, ma non si fanno travolgere da quella che è una consacrazione ufficiale, a cui tutti aspirano ma pochi riescono ad ottenere. Oggi si sono mantenuti fedeli a se stessi, non hanno smesso di sognare e combattere per un obiettivo giusto. Intanto la Langa è cresciuta con loro e con chi, come loro, antepone al proprio nome quello della terra che li ha fatti nascere e li ha accompagnati per tutta la vita.

Roberta e Federico, Lisa e Alessandro, le nuove generazioni, hanno portato stimoli e idee che hanno raccolto e ampliato le felici e geniali intuizioni dei genitori, a iniziare dal loro mecenatismo.

In azienda, dalla fine degli anni ’90, sono saldamente insediate le nuove generazioni: Lisa e Alessandro (figli di Marcello) e Roberta e Federico (figli di Bruno). Frattanto era iniziato un processo di diversificazione che portò a dar vita al progetto “Relanghe” (1993) per nobilitare la nocciola Piemonte Igp e uno dei suoi simboli: il torrone. Pochi anni dopo fece seguito la ristrutturazione della cappel- la del Barolo, nel vigneto “Brunate” di La Morra, a opera degli artisti David Tremlett e Sol LeWitt, prima iniziativa di arte contemporanea della famiglia. La loro icona pop, sottolineando una passione per l’arte e la cultura che ha permesso l’incontro con esponenti di assoluto valore quali Marina Abramovič e, più di recente, la cantautrice Patty Smith e la fotografa Lynn Davis, chiamate a esporre nella città delle cento torri, rimane il “Blangé”, lanciato nel mondo nel 1985.
“È un vino”, sottolinea Bruno Ceretto, “sollecitato dal mercato stesso, alla ricerca di un nettare bianco che nelle Langhe non esisteva. Nel corso di un passeggiata naturalistica nel Roero scoprii che un gruppo di viticoltori avevano dato l’avvio alla coltivazione dell’Arneis, un vitigno particolare che
origina un vino dalle caratteristiche uniche legate in modo speciale alla freschezza e al profumo. In quel momento decisi di dare l’avvio per Ceretto a un impianto e dunque comprai vigne per cominciare nella produzione di questo vino. Convincere i piccoli produttori a vendere non è stato facile e ha richiesto caparbietà ed energia… basti pensare che per raggiungere gli attuali 75-80 ettari sono stati stipulati oltre cento atti notarili! Oggi siamo proprietari di oltre il 10% degli impianti totali di Arneis e, con questo vitigno davvero unico al mondo, diamo origine al nostro prodotto (con le oltre 500.000 bottiglie/anno è ancora la “cash-cow” aziendale, ndr) che è stato innovativo anche nel “packaging”: bottiglia bianco per vino bianco, con etichetta disegnata negli anni ’80 dal famoso “designer” Silvio Coppola”.

E poi, via nel mondo con grandi eccellenze

“Ci abbiamo messo quarant’anni per acquisire le vigne di proprietà, perché le grandi vigne non le vende mai nessuno; il problema era il grande frazionamento, e poi le vigne sono considerate un bene storico, inalienabile, difficilmente si vendono. All’inizio degli anni ’60 aveva- mo scelto la nostra strada, seguendo l’indicazione veronelliana dei cru e cercavamo le vigne più importanti: non potendo acquistarle compra- vamo le uve, dicendo ai vignaioli che se avessero voluto venderle a noi interessavano. Abbiamo vinificato per 10 anche 15 anni uve non nostre poi, una vigna alla volta, per stanchezza, o perché il proprietario invecchiava e i figli non ne volevano sapere, noi compravamo”.
E in quei vigneti, 160 ettari complessivi di proprietà, 11 ettari nella Docg Barolo; 8 ettari nella Docg Barbaresco e 80 ettari nei 4 vigneti del Blangè oggi si attua una rivoluzione: l’agricoltura biologica e biodinamica.
Nel 2010 l’azienda ha iniziato a seguire l’approccio biologico su tutta la superficie vitata aziendale (160 ettari complessivi), ottenendo con la vendemmia 2015 la certificazione.
In parallelo, dal 2010 si è seguito anche il modello biodinamico nel Barolo e nel Barbaresco: oggi sono condotti in biodinamica tutti i cru (20 ettari), a cui si aggiungono i vigneti della Tenuta Monsordo Bernardina, per un totale di circa 30 ettari. Dati i risultati positivi emersi dalle prime verifiche, il traguardo per il futuro è di arrivare a coltivare in biodinamica la totalità della superficie vitata, con le dovute tempistiche, studi e approfondimenti continui che questo approccio richiede.

Accoglienza e visite: il valore dell’esternazionalizzazione

Creare aperture tangibili e intangibili alla comunità diffusa. E in questo Ceretto è un punto di riferimento, grazie anche all’impegno di Roberta, sempre pronta a lanciarsi in stimolanti attività architettoniche o arditi percorsi artistici: “Per noi l’arte, come il design e l’architettura, è una passione che nasce dal desiderio di valorizzare, tramite l’ingegno degli artisti, il nostro territorio. Non riusciamo a pensare a queste arti separatamente dalla produzione del vino, a partire dalle etichette per arrivare alle nostre innovative cantine e quindi al collezionismo di opere”. Arte che caratterizza anche il mondo “food” come i piatti de “La piola” opere uniche a firma di Donald Baechler, James Brown, Robert Indiana, Terry Winters, Philip Taaffe, Kiki Smith, Lynn Davis, John Baldessari, Thomas Nozkowski. E poi c’è “Piazza Duomo”, il regno di Enrico Crippa dove Francesco Clemente ha affrescato nel 2007 la volta della sala principale, mentre un’altra sala ospita un’opera di Anselm Kiefer. Che aggiungere? Perfette le parole di Federico Ceretto: “Più che un lavoro il nostro è un divertimento. Una certezza è il metodo impostato di mio padre: far vivere ai clienti la nostra cultura e conoscere la bellezza del nostro territorio, le Langhe”.

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Ceretto Aziende Vitivinicole S.r.l.

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